In occasione della giornata contro il razzismo Almateatro propone

LOCANDINA Rajo

STAGIONE NOVA VITA di TEDECA’/BELL’ARTE
Via Bellardi 116, Torino
Venerdì 20 Marzo 2015 alle ore 21,15
INGRESSO INTERO: 8 euro INGRESSO RIDOTTO: 6 euro

Una donna sola sulla scena racconta . Testimone di una solitudine più grande, quella del suo paese dimenticato : la Somalia. È arrivata in Europa attraverso il “Tharib” il viaggio che mette a rischio la vita. Il suo arrivo non è recente, ma continua a dover rispondere alle domande di routine che vengono rivolte ai migranti rifugiati, costretti a passare da una struttura all’ altra, da un servizio all’ altro: odissea infinita.
E nel tentare di spiegare ciò che le è successo, si trova a ricordare episodi della sua vita passata: l’infanzia a Mogadiscio, la condizione di emarginazione nella sua terra, la violenza, la fuga , l’arrivo nell’ Europa tanto sognata e affiorano volti , vicende, emozioni altrimenti destinati all’ invisibilità e all’ oblio. Non vuole rassegnarsi all’ esilio , alla lontananza dagli affetti, non vuole perdere la memoria, cerca una vita degna di essere vissuta. Cerca la sua stella.
Ma qui, nei Paesi della “Democrazia” tutto sembra respingere questo legittimo desiderio di futuro.
Rajo in lingua somala significa “speranza”.

Le invisibili

In questi anni in Italia , nel mio lavoro di mediatrice culturale , sono stata a lungo a contatto con le donne rifugiate provenienti dalla mia terra, la Somalia. Ho ascoltato tanti racconti. Li ho accolti con sofferenza, giorno dopo giorno, a volte quasi con incredulità : come è possibile, mi sono sempre chiesta, sopravvivere a tanta violenza? Come è possibile  continuare a vivere in una società che ancora oggi  discrimina in base alla  nascita? Cosa significa fuggire da questa situazione ed approdare, tra mille pericoli,  in Europa, la terra dei Diritti?Da ragazzina , in Somalia, sono vissuta inconsapevolmente in  questa  società divisa in Clan, divisa in caste. Era normale per me, non conoscevo altro. Nonostante, per  legge, le  caste fossero state abolite , esse erano ben presenti. Nessuno sfuggiva al marchio originario del clan di  nascita . Ancora oggi è così. Se nasci “Midgan” sei impuro, sei senza diritti, sei invisibile e per una donna  a questo si aggiunge lo svantaggio di essere tale. Ed infine il disastro della guerra. Oggi, qui, ogni giorno misuro la paura di vivere delle donne  sopravvissute al viaggio che le ha portate in Europa. La loro condizione di discriminazione per nascita subìta in Somalia, qui  non si conosce; tuttavia  la maggioranza della comunità somala emigrata ,sebbene  viva in un altro paese, continua a perpetrare gli stessi schemi di giudizio. Molte donne , una volta arrivate qui , nascondono la loro identità di clan  alla Comunità Somala, vivono con l’angoscia di essere scoperte e ancora giudicate impure.   Nella società di accoglienza  sono identificate con lo stato di rifugiate,  sopportando la mancanza di altri diritti. Ho voluto parlare di loro. Ho scelto  il Teatro per raccontare, attraverso una storia, la situazione di molte donne coraggiose, che ci passano accanto per le strade della città, silenziose e ancora una volta invisibili.

Suad Omar

 Quando Suad Omar mi ha parlato della sua idea di mettere in scena uno dei tanti racconti da lei raccolti e riscritti in forma letteraria,  ho subito pensato che la forma teatrale dovesse tener conto della condizione reale in cui vivono “Le Invisibili” qui, nella nostra società, cosiddetta di accoglienza. Da questo deriva il testo in forma  di un ipotetico colloquio. Una donna rifugiata, per essere seguita dalle strutture che sono preposte a questo servizio, deve  rispondere a  domande che le vengono rivolte frequentemente  da  chi è appunto addetto al “servizio” . Iftin, la protagonista  si porta dentro un’identità nascosta e vergognosa  un marchio di  “impurità” che  è difficile da far capire. Allora ecco  il  suo tentativo  doloroso  di spiegare a chi, mentalmente e per esperienza di vita, è lontano mille miglia da ciò che lei ha  vissuto prima di arrivare in Italia. E la sua ripetuta e angosciata richiesta  di essere compresa  fino in fondo.Siamo abituati, nella superficialità stereotipata dell’informazione continua,  che caratterizza  la nostra epoca, a sentir parlare di  migranti o  di rifugiati e rifugiate. Ma riusciamo ad immaginare  chi siano veramente?Donne e uomini, ogni giorno, arrivano qui  da  luoghi diversi del mondo. Quale bagaglio di esperienze, di  saperi, di convinzioni,  di sentimenti ognuno ed ognuna  si porta dietro?   Cosa riesce a raccontare di sé? Ci interessa conoscere e comprendere chi arriva qui in cerca di futuro ? E’ possibile riuscire a farlo? Iftin si lascia andare al ricordo:momenti felici e tragici della vita passata in Somalia , poi  l’esperienza del viaggio, quasi che la memoria possa farle  recuperare la  dignità,  in un mondo  senza diritti per lei. In scena la musica dal vivo, composta ed eseguita da Tatè Nsongan , racconta e si affianca alla parola.                 

Gabriella Bordin